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Condono e certificato di abitabilità
Scritto da La redazione iusna.net   

TAR Napoli, Sez. II, 9 giugno 2011 / 28 giugno 2011, n. 3461 (Pres. D'Alessandro, est. Corciulo)

Costituisce orientamento consolidato in giurisprudenza quello secondo cui il rilascio del certificato di abitabilità di un fabbricato, conseguente al condono edilizio ai sensi dell'art. 35, comma 20, L. n. 47 del 1985, può legittimamente avvenire in deroga solo a norme regolamentari e non anche quando siano carenti condizioni di salubrità richieste invece da fonti normative di livello primario, in quanto la disciplina del condono edilizio, per il suo carattere di eccezionalità e derogatorio, non è suscettibile di interpretazioni estensive e, soprattutto, tali da incidere sul fondamentale principio della tutela della salute, con evidenti riflessi sul piano della legittimità costituzionale (Consiglio di Stato V Sezione 15 aprile 2004 n. 2140; Consiglio di Stato Sezione V, 13 aprile 1999 n. 414). Tale orientamento è stato ritenuto in accordo con quello espresso dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 256 del 1996 in cui è stato evidenziato che la deroga introdotta dalla norma suindicata "non riguarda i requisiti richiesti da disposizioni legislative e deve, pertanto, escludersi una automaticità assoluta nel rilascio del certificato di abitabilità a seguito di concessione in sanatoria, dovendo invece il Comune verificare che al momento del rilascio del certificato di abitabilità siano osservate non solo le disposizioni di cui all'art. 221 T.U. delle leggi sanitarie (oggi dall’art. 4 del D.p.r. 425/94), ma, altresì quelle previste da altre disposizioni di legge in materia di abitabilità e servizi essenziali relativi e rispettiva normativa tecnica”. Va osservato che l’esigenza di assicurare la tutela del diritto alla salute con riferimento alle condizioni di abitabilità ed agibilità degli edifici continua ad essere oggetto di regolamentazione da parte di una fonte normativa di rango primario; invero, l’art. 221, primo comma del R.D. 27 luglio 1934 n. 1265, è stato espressamente abrogato dall'articolo 5 del D.P.R. 22 aprile 1994, n. 425, nella sola parte in cui disciplina il procedimento di rilascio del certificato di abitabilità, attualmente descritto nell’art. 4 del medesimo regolamento. Ne consegue l’attuale vigenza come fonte normativa primaria dell’art. 221 del R.D. 27 luglio 1934 n. 1265 nella parte in cui impone l’osservanza di specifiche condizioni igienico-sanitarie e strutturali per la destinazione ad uso abitativo degli edifici, principio inderogabile ai fini dell’applicazione dell’art. 35, comma 20 della legge 28 febbraio 1985 n. 47, disposizione espressamente applicabile anche alla disciplina del condono edilizio di cui all’art. 32, commi 25 e ss. del d.l. 20 settembre 2003 n. 269, conv. con modifiche in legge 24 novembre 2003 n. 326. Va aggiunto che la fonte regolamentare, costituita dall’art. 1 del d.m. Sanità 5 luglio 1975, nella parte in cui stabilisce l'altezza minima ed i requisiti igienico-sanitari principali dei locali d'abitazione, indicando una misura non inferiore a mt, 2,40, costituisce mero completamento della richiamata fattispecie normativa primaria, per cui non è quella da assumere come riferimento normativo oggetto di possibile deroga da parte della disciplina eccezionale in materia di condono. Ne discende l’illegittimità dell’impugnato provvedimento di condono nella parte in cui è stata consentita la modificazione della destinazione d’uso del sottotetto ad uso abitativo, risultando violate inderogabili disposizioni di rango primario in materia di tutela della salute.

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Termine decadenziale di impugnazione del provvedimento del commissario ad acta
Scritto da La redazione iusna.net   
TAR Napoli, Sez. V, 28 aprile 2011 / 29 giugno 2011, n. 3475 (Pres. ff. Cernese, est. Zeuli)
 
E’ condivisibile, sul punto, quanto argomentato dalla difesa dei controinteressati in ordine alla portata generale del disposto dell’articolo 29 del c.p.a., riferibile a tutte le tipologie di azioni di annullamento, indipendentemente dalla sede nella quale le stesse siano proposte.

A voler diversamente argomentare, invero, si introdurrebbe un’inammissibile disparità di trattamento tra le impugnazioni proposte nei confronti di provvedimenti amministrativi resi dall’amministrazione nell’ordinario processo fisiologico, e quelle presentate avverso i provvedimenti commissariali, resi a seguito di nomina avvenuti in sede di giudizio di ottemperanza. Disparità tanto più inammissibile, laddove si tenga conto che questi ultimi, per loro natura, sono destinati a rimanere stabili nel tempo, proprio in quanto portatori di un “decisum” con valenza di giudicato. Quanto alla previsione di cui al comma 1 dell’art.114 del c.p.a. si deve osservare che essa disciplina il diverso termine di prescrizione della “cd. “actio iudicati” e non può influenzare quanto appena dedotto in ordine alla generalità del modello impugnatorio e decadenziale desumibile dal suddetto articolo 29 del nuovo codice.

Note:

Art. 114. Procedimento

1. L'azione si propone, anche senza previa diffida, con ricorso notificato alla pubblica amministrazione e a tutte le altre parti del giudizio definito dalla sentenza o dal lodo della cui ottemperanza si tratta; l'azione si prescrive con il decorso di dieci anni dal passaggio in giudicato della sentenza.

2. Al ricorso è allegata in copia autentica la sentenza di cui si chiede l'ottemperanza, con l'eventuale prova del suo passaggio in giudicato.

3. Il giudice decide con sentenza in forma semplificata.

4. Il giudice, in caso di accoglimento del ricorso:

a) ordina l'ottemperanza, prescrivendo le relative modalità, anche mediante la determinazione del contenuto del provvedimento amministrativo o l'emanazione dello stesso in luogo dell'amministrazione;

b) dichiara nulli gli eventuali atti in violazione o elusione del giudicato;

c) nel caso di ottemperanza di sentenze non passate in giudicato o di altri provvedimenti, determina le modalità esecutive, considerando inefficaci gli atti emessi in violazione o elusione e provvede di conseguenza, tenendo conto degli effetti che ne derivano;

d) nomina, ove occorra, un commissario ad acta;

e) salvo che ciò sia manifestamente iniquo, e se non sussistono altre ragioni ostative, fissa, su richiesta di parte, la somma di denaro dovuta dal resistente per ogni violazione o inosservanza successiva, ovvero per ogni ritardo nell'esecuzione del giudicato; tale statuizione costituisce titolo esecutivo.

5. Se è chiesta l'esecuzione di un'ordinanza il giudice provvede con ordinanza.

6. Il giudice conosce di tutte le questioni relative all'esatta ottemperanza, ivi comprese quelle inerenti agli atti del commissario.

7. Nel caso di ricorso ai sensi del comma 5 dell'articolo 112, il giudice fornisce chiarimenti in ordine alle modalità di ottemperanza, anche su richiesta del commissario.

8. Le disposizioni di cui al presente Titolo si applicano anche alle impugnazioni avverso i provvedimenti giurisdizionali adottati dal giudice dell'ottemperanza.

9. I termini per la proposizione delle impugnazioni sono quelli previsti nel Libro III.

 

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DURC - discrezionalità della P.A. e requisito di gravità
Scritto da La redazione iusna.net   
TAR Napoli, Sez. VIII, 4 maggio 2011 / 19 maggio 2011, n. 2786 (Pres. Amodio, est. Di Vita)
 
Il d.u.r.c. assume la valenza di una dichiarazione di scienza, da collocarsi fra gli atti di certificazione o di attestazione redatti da un pubblico ufficiale ed aventi carattere meramente dichiarativo di dati in possesso della pubblica amministrazione, assistito da pubblica fede ai sensi dell’articolo 2700 c.c., facente quindi prova fino a querela di falso (Consiglio di Stato, Sez. VI, 6 aprile 2010 n. 1930 e n. 1934; Sez. IV, 12 marzo 2009 n. 1458).

5.2. Ne consegue che, attesa la natura giuridica del d.u.r.c., non residuava in capo alla stazione appaltante alcun margine di valutazione o di apprezzamento in ordine ai dati ed alle circostanze in esso contenute. Inoltre, deve escludersi che le stazioni appaltanti debbano in casi del genere svolgere un’apposita istruttoria per verificare l’effettiva entità e gravità delle irregolarità contributive dichiarate esistenti (con la valenza giuridica della pubblica fede) nel predetto documento (Consiglio di Stato, Sez. V, 24 agosto 2010 n. 5936).
Quanto al requisito della gravità, deve richiamarsi l’orientamento espresso dal Consiglio di Stato (Sez. IV, 12 aprile 2011 n. 2283; Sez. V, 24 agosto 2010 n. 5936; Sez. VI, 6 aprile 2010 n. 1930 e n. 1934), secondo cui nel settore previdenziale, in considerazione dei gravi effetti negativi sui diritti dei lavoratori, sulla finanze pubbliche e sulla concorrenza tra le imprese derivanti dalla mancata osservanza degli obblighi in materia previdenziale, debbono considerarsi “gravi” tutte le inadempienze rispetto a detti obblighi, salvo che non siano riscontrabili adeguate giustificazioni, come, ad esempio, la sussistenza di contenziosi di non agevole e pronta definizione sorti a seguito di verifiche e contestazioni da parte degli organismi previdenziali ovvero la necessità di verificare le condizioni per un condono o per una rateizzazione.

Ultimo aggiornamento ( lunedì 23 maggio 2011 )
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P.I. - Procedura di mobilità - giurisdizione del G.O.
Scritto da La redazione iusna.net   

TAR Napoli, Sez. V, 7 aprile 2011 / 28 aprile 2011, n. 2390 (Pres. ff Cernese)

Come rilevato in giurisprudenza ed, in particolare, recentemente, dal TAR Campania, sede di Napoli, Sezione Terza, con sentenza n. 21821 del 27.10.2010, l’art. 63 del D.L. vo n. 165 del 2001 sancisce che tutte le controversie concernenti lo svolgimento del rapporto di lavoro subordinato alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni sono devolute alla giurisdizione del giudice ordinario, mentre restano assegnate, in via residuale, alla giurisdizione del giudice amministrativo le sole controversie in materia di procedure concorsuali per l’assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni. In proposito, la giurisprudenza amministrativa ha chiarito che “rientra nella giurisdizione del giudice ordinario la controversia avente ad oggetto l’istituto della mobilità esterna (trasferimento di un pubblico dipendente tra enti del medesimo comparto io tra enti di comparti diversi) che si configura come cessione del contratto di lavoro e si verifica nel corso del rapporto e non appartiene a quelle vicende che l’art. 63, comma 4, del D.L. vo n. 165 del 2001 attribuisce alla giurisdizione amministrativa (T.A.R. Piemonte, Torino, sez. II, 3 aprile 2007, n. 1549). Il procedimento di mobilità volontaria esterna tra P.A., infatti, è un atto di gestione del rapporto e, per tale ragione, il relativo contenzioso rientra attualmente nella giurisdizione del giudice del lavoro (T.A.R. Veneto, Venezia, sez. II, 24 gennaio 2007, n. 192)” (T.A.R. Campania, sez. III, 9 settembre 2008, n. 10060).

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Sull'ordinanza sindacale di proroga del servizio di igiene urbana e la soggezione del destinatario
Scritto da La redazione iusna.net   
TAR Napoli, Sez. I, 13 gennaio 2011 / 20 aprile 2011, n. 2232 (Pres. Guida, est. Dell'Olio)
 
Il consorzio ricorrente è vincolato, nell’ipotesi di prosecuzione del servizio in regime di cd. proroga tecnica non oltre l’anno dalla scadenza del precedente affidamento (ossia fino al 31 dicembre 2010), a mantenere fermo l’importo del corrispettivo già percepito; tanto lo si evince dall’art. 9 del capitolato allegato all’originario contratto, a termini del quale “L’affidamento del servizio ha durata a decorrere dal 01.03.2007 al 31.12.2009. Qualora, dopo la scadenza del contratto, fosse necessario un lasso di tempo per un nuovo affidamento, il Consorzio Bacino NA3 (poi confluito nel consorzio odierno ricorrente, ndr.), previa richiesta del Comune di Brusciano potrà proseguire il servizio, in regime di temporanea “prorogatio”, nel termine massimo di dodici mesi al costo dell’ultimo canone.”.

Contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa attorea, la clausola contrattuale in parola non implica la mera possibilità per il consorzio di perpetuare il servizio alle passate condizioni economiche in adesione alla conforme richiesta dell’amministrazione comunale, bensì introduce in favore di quest’ultima un vero e proprio diritto di opzione alla prosecuzione dell’affidamento senza variazione di corrispettivo, a cui il consorzio non può legittimamente sottrarsi trovandosi in una tipica situazione di soggezione. Ne deriva che è indifferente se per l’esercizio di tale diritto l’amministrazione comunale ricorra allo strumento contrattuale od a quello provvedimentale, prescelto nel caso di specie, sussistendo in entrambi i casi il vincolo giuridico del consorzio ad assicurare per un ulteriore anno la continuazione del servizio in regime di prorogatio ed al costo dell’ultimo canone, dietro semplice richiesta della stessa amministrazione.

[...]

le ordinanze contingibili ed urgenti sono intrinsecamente caratterizzate dalla provvisorietà, intesa nel duplice senso di efficacia temporalmente limitata e di proposizione di misure non definitive, con la conseguenza che devono essere considerate illegittime quelle ordinanze extra ordinem non sottoposte a termine di efficacia (esplicito o implicito), ovvero emanate per regolare stabilmente una situazione od assetto di interessi (cfr. TAR Campania, Sez. V, 29 dicembre 2010 n. 28169).

Ebbene, nel caso specifico non si rinvengono tali anomalie, attesa la durata limitata nel tempo dell’affidamento, che peraltro si è motivatamente protratto per circa un anno (cfr. ordinanza sindacale n. 134 del 21 ottobre 2010, in atti, con la quale è stata disposta la revoca dell’affidamento stesso), a cagione dell’incertezza del quadro normativo inerente al passaggio all’ente provinciale delle competenze in materia di raccolta dei rifiuti.

4.2 Quanto al secondo profilo, il Collegio si limita ad osservare, in adesione ad un consolidato orientamento (cfr. per tutte Consiglio di Stato, Sez. V, 12 giugno 2009 n. 3765), che il requisito della contingibilità delle ordinanze sindacali indica nient’altro che l’urgente necessità di provvedere con efficacia ed immediatezza in ordine a situazioni di pericolo imminente per l’incolumità pubblica, sicché ciò che rileva è che il sindaco dia adeguata contezza delle ragioni che lo hanno spinto ad attivare i poteri extra ordinem; pertanto, la ragione giustificatrice del ricorso a tali provvedimenti non risiede tanto nell’imprevedibilità dell’evento pericoloso, quanto nell’impossibilità di utilizzare tempestivamente i rimedi normali messi a disposizione dall’ordinamento, come si è puntualmente verificato nella presente fattispecie.

 

Ultimo aggiornamento ( venerdì 22 aprile 2011 )
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